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sabato 11 marzo 2017

Robert Frost

Nessun poeta é più emblematicamente americano di Robert Frost. Da “The Road Not Taken” fino a “ “Stopping by Woods on a Snowy Evening”, Frost ridisegna i contorni della poesia moderna.
T. S. Eliot lo definì “il più eminente e il più distinto poeta anglo-americano vivente”, e di certo Frost è l’unico poeta della storia che abbia ricevuto il premio Pulitzer.
La poesia di Frost, ambientata in un territorio americano rurale quasi ancestrale, racconta di fatti e oggetti quotidiani che nel parlare del poeta diventano metafore di idee e sentimenti molto complessi.
Le emozioni più profonde e le relazioni umane (“The Road Not Taken”) o il significato delle esperienze (“The Tuft of Flowers”) sono in queste poesie pause semantiche anteposte al caos della vita:
“Poetry is a momentary stay against confusion” (1).
Che suonano come le più assolute verità ogni oltre apparenza.
(1) “La poesia è la momentanea stasi di fronte al caos”

Un romanzo di Harlem: "I loro occhi guardavano Dio"

 

“Their Eyes Were Watching God” del 1937, di Zora Neale Hurston si inquadra nel Rinascimento di Harlem , il movimento letterario americano caratterizzato da temi quali l’alienazione e l’emarginazione dell’indiviuo, che vide come protagonisti scrittori come Langston Hughes, Zora Neale Hurston, W.E.B. DuBois, Countee Cullen, Angelina Grimke e Jean Toomer.
Il romanzo racconta della prima giovane vita di Janie Crawford con sua nonna, attraverso un realismo tendente a mitizzare le tradizioni della gente nera del sud degli Stati Uniti che l’autrice sembra aver studiato attentamente dal punto di vista antropologico.
“I loro occhi guardavano Dio” è stato quasi ignorato dalla storia della letteratura americana dalla data di pubblicazione fino agli anni ‘70 per via di una certa inadeguata durezza critica imputata alla Hurston nei confronti delle problematiche riguardanti il modo un cui i bianchi trattavano i neri nel Sud degli States. Il romanzo infatti dipinge la vita di questa gente in maniera un po’ troppo rosea, omettendo di accusare le angherie e i soprusi che questa ha dovuto subire.
Mancava dunque, seconda certa critica, un vero supporto tematico, un messaggio da indirizzare attraverso il racconto che invece sembrò sfruttare le figure dei protagonisti aldilà di un vero e proprio scopo se non quello narrativo.
Ma un romanzo non deve essere per forza latore di una specifica tesi che recapiti al lettore determinati messaggi; per essere apprezzato basta che all’interno dell’impalcatura narrativa si possano riscontrare idee, punti di vista, opinioni il più delle volte specchio delle convenzioni di chi scrive.
E le idee portanti riscontrabili in quest’opera sono più di una e vanno oltre la problematica politico-sociale abbracciando posizioni incentrate intorno all’individuo e non solo.
“I loro occhi guardavano Dio” suona come un’aspra critica nei confronti dei falsi valori del consumismo tendenti a valutare le persone in base a ciò che possiedono, o nel riconoscimento della sfera sessuale come forza naturale che va rigorosamente separata dall’ambito sociale.
C’è la denuncia al sessismo della società moderna, e l’affermazione dell’autonomia del potere nero in un quadro -quello dell’ apartheid americana del dopoguerra- dove la Hurston provocatoriamente contrappone tutto ciò che è nero in termini positivi rispetto al “male” bianco.
Non si tratta di un romanzo a tesi quindi, ma di certo è un’opera che, anche se palesemente apolitica e vistosamente pittoresca, accusa certi modi di vita dell’America di mezzo secolo fa.
Non a caso Zora Neale Hurston, che visse poveramente e fu clamorosamente dimenticata subito dopo la sua morte, potè a ben diritto essere definita “il genio del Sud”.

Il pudore della scrittura in D. J. Salinger


 

La fine dell’innocenza, la mascolinità della società moderna, l’idea della letteratura come stile di vita, i temi preferiti di Salinger potrebbero trovarsi altrove sotto altre forme, attraverso altri personaggi che non hanno mai potuto vedere la luce.

 “The Catcher in The Rye”, in Italia noto come “Il Giovane Holden” il romanzo   che  ha segnato un’intera generazione di americani, riveste un’importanza che è più culturale,  che prettamente artistico-letteraria.

Presente spiritualmente perfino in alcuni famosi omicidi del secolo scorso –l’assassino di John Lennon ebbe a dire che la spiegazione del suo gesto si trova tra le pagine di quel romanzo- “The Catcher in the Rye” viene studiato nelle high school statunitensi e tuttora continua a vendere migliaia di copie ogni giorno.

D.J. Salinger, figura schiva della letteratura contemporanea e oramai miticamente misteriosa, oltre questo non ha pubblicato nessun altro romanzo. Solo qualche racconto. “Pubblicato” non “scritto”. Perché dopo “The Cather in the Rye”, mentre il pubblico di lettori aspettava l’opera successiva, Salinger ebbe a dire: “Amo scrivere, e vi assicuro che lo faccio regolarmente, ma lo faccio per me stesso, per il mio piacere. E voglio essere lasciato solo a farlo.”

Ci si chiede se “Il giovane Holden” non nasconda un seguito e se altri romanzi non si trovino tra gli scritti di questa figura letteraria che sembra aver giganteggiato anche nell’assenza, se non esista un qualche altro personaggio che ci racconti del suo autore proprio come aveva fatto il giovane Holden.

La fine dell’innocenza, la mascolinità della società moderna, l’idea della letteratura come stile di vita, i temi preferiti di Salinger potrebbero trovarsi altrove sotto altre forme, attraverso altri personaggi che non hanno mai potuto vedere la luce.

Potrebbero esserci delle creature sotterrate tra le carte di Salinger nella casa dove oramai lui non c’è più, o potrebbero essere in qualche file, salvati da qualche parte.

O forse invece sono tutti già morti con lui, distrutti dal loro stesso autore, per quella sorta di pudore di scoprirsi come se le parole potessero svestire l’anima, per quello stesso senso di pudicizia che ha portato D. J. Salinger a voler negare di avere, affermare di non avere nulla, nella propria reale persona, del giovane Holden.